ARABELLA PIO MURA LA PORTA DI PALADINO

0 Posted by - November 1, 2016 - Interviste, Kritika segnala

Lampedusa come modello internazionale di accoglienza e integrazione? Citofonare Giusi Nicolini, prima cittadina dell’isola candidata come miglior sindaco del mondo e reduce dal selfie collettivo in casa Obama insieme a Renzi e all’Ayatollah degli Onesti Raffaele Cantone e all’Amante della Costituzione Roberto Benigni. Uno/a non fa in tempo a preparare un’azione artistica proprio lì, a Lampedusa, per denunciare il falso mito dell’accoglienza, che subito si becca il niet irrevocabile della sindaca: spettacolo non conforme all’immagine pubblica dell’isola. Ma dai.

Un passo indietro: nel 2008 l’artista (ex) superstar Mimmo Paladino realizzò a Lampedusa l’installazione nota come “Porta d’Europa” a tributo di coloro che, in fuga da paesi sconvolti da guerre e miseria, perdono la vita nel tentativo di raggiungere le coste europee (Lampedusa è infatti il primo accesso all’Europa per chi attraversa il Mediterraneo).

Nel 2016, precisamente il 3 ottobre, “Giornata della Memoria e dell’Accoglienza”, l’artista (non ancora superstar) Arabella Pio decide di murare la suddetta Porta per un’ora con una serie di mattoni realizzati ad hoc, recanti la scritta lapidaria (appunto) “migrante non identificato qui riposa”, ripresa da alcune lapidi del cimitero di Lampedusa.

Perché lo fai?, vien da chiederle. L’artista milanese ritiene che l’immagine popolare e mediatica dell’isola come modello di soccorso umanitario e integrazione di livello internazionale non corrisponda alla realtà: “Non si può parlare di accoglienza quando coloro che giungono in Europa vengono forzatamente condotti in luoghi di detenzione chiamati hotspots dove, una volta rinchiusi, sono costretti a lasciare le proprie impronte digitali venendo così privati del loro diritto di autodeterminazione“.

Senza contare le tragedie, come il naufragio del 3 ottobre 2013 a poche miglia dal porto di Lampedusa che provocò la morte di 384 persone.

A giudizio di Arabella Pio la “Porta d’Europa” non è mai stata aperta, anzi, è sempre stata chiusa. Da qui, il senso della sua decisione di murare simbolicamente per un’ora il monumento di Paladino.

Lampedusa come modello internazionale di accoglienza e integrazione? Non pervenuto.

Ne parliamo direttamente con Arabella Pio.

Cara Arabella, ma non sei riuscita a murarla nemmeno per cinque minuti? Raccontaci come si sono svolti i fatti

Si ci sono riuscita, anche se solo per poco! Il percorso per portare a termine il lavoro è stato lungo e molto complesso. Il progetto nasce dal mio interesse verso i concetti di migrazione, frontiere e territorialità. Per questo nel 2015 mi sono recata a Lampedusa per la prima volta, per vedere di persona questo luogo di cui negli ultimi anni si è tanto sentito parlare.  Al mio ritorno a Milano ho immaginato un intervento sulla Porta d’Europa di Paladino. L’idea era di murare quella porta, di chiuderla con dei mattoni, anch’essi in ceramica e che riportassero le scritte trovate su alcune lapidi del cimitero di Lampedusa che recitano ‘migrante non identificato qui riposa’. La decisione veniva anche dall’aver sentito le tante storie dei ragazzi incontrati in un centro per rifugiati politici, dove ho fatto la volontaria per qualche tempo. Inizialmente il gesto voleva essere una protesta verso le attuali politiche europee in materie di migrazione, le promesse non mantenute, i diritti negati e quei i muri che continuano a essere alzati. Verso quella Porta d’Europa che è sempre più chiusa. In quel momento la critica non era certo rivolta a Lampedusa, di cui anch’io sapevo ben poco oltre a quello che raccontano tv e giornali, e cioè un’isola che, nonostante le difficoltà,  si batte per accogliere chiunque vi giunga. Ho quindi contattato Arnoldo Mosca Mondadori, il curatore che aveva seguito l’installazione della Porta, Mimmo Paladino e la Chiesa, visto che quest’anno la Porta era stata eletta Porta Santa. Tutti hanno compreso e condiviso il messaggio del lavoro. La data decisa per l’installazione del muro era l’ormai famoso 3 ottobre, data in cui, nel 2013, 368 persone persero la vita a poche miglia dalle coste lampedusane. I problemi sono arrivati quando ho deciso di chiedere i permessi al Comune che si appoggia, per l’organizzazione degli eventi che hanno luogo in quella giornata di commemorazione, al Comitato 3 Ottobre, nato per richiedere che tale giornata divenisse ufficialmente Giornata dell’Accoglienza. Il permesso di installare il lavoro mi è stato a quel punto negato in quanto non conforme al messaggio e l’immagine che dell’isola si vogliono dare in tale occasione e cioè quella dell’isola esempio morale del Mediterraneo, per come gestisce la situazione migratoria e accoglie coloro che giungono dal mare. Ho quindi deciso di comprendere meglio il senso di quel no e facendo ricerche più approfondite su quella notte (su cui è  attualmente aperta un’inchiesta per ritardo nei soccorsi) e su come effettivamente l’isola gestisca gli sbarchi sono emerse numerose zone d’ombra che vengono solitamente taciute.

Il divieto stesso di installare un lavoro di protesta è sintomatico di questa narrativa ufficiale e dominante dell’isola, che propone una sola versione di Lampedusa e cioè quella che tutti conosciamo attraverso i media.

Da questa consapevolezza è nata quindi la decisione di installare comunque il lavoro, anche senza permessi per far almeno un pò di luce sulle dinamiche non solo europee ma anche locali. Sfortunatamente però sono riuscita a tenerla su solo un’ora…

La preparazione di questa azione è stata totalmente in solitaria o qualcuno ti ha supportata?

La preparazione dell’azione, dalla costruzione dei mattoni durante una residenza in Olanda alla loro installazione, è stata interamente solitaria e autofinanziata. Lungo il percorso alcune persone si erano offerte di darmi una mano ma hanno preferito fermarsi quando le autorità hanno vietato di installare il lavoro. Essere tornata più volte a Lampedusa mi ha però permesso di iniziare un dialogo con alcuni abitanti dell’isola, cittadini privati e il collettivo Askavusa che da anni porta avanti una ricerca sul territorio lampedusano e il centro di accoglienza. La condivisione del progetto e del suo messaggio di accusa è stato un passo di  fondamentale importanza perché ha dato al lavoro un valore corale per me imprescindibile per le sua realizzazione. Mentre mettevo su il muro alcuni lampedusani si sono fermati e una volta compreso il senso del gesto si sono offerti di aiutarmi. Quello è stato senza dubbio il momento in cui ho capito che il progetto aveva un senso e che ero effettivamente riuscita a instaurare un dialogo con chi vive l’isola e i suoi problemi quotidianamente, e questo aveva un enorme valore ai miei occhi.

Pensi di ripetere questa azione (o una simile) altrove?

Certo, non lo escludo. Sfortunatamente non mancano certo situazioni in cui il messaggio del lavoro potrebbe essere appropriato. Il concetto di accoglienza oggi viene sempre più confuso in Europa (Lampedusa compresa) con quello di ricezione e gestione. Ma utilizzare il termine accoglienza è certamente più efficace a livello emotivo che genera un’approvazione collettiva necessaria affinché gli ingranaggi del sistema emergenziale possano continuare a funzionare indisturbati.

Cara Arabella, le domande facili sono finite. Secondo te non bisognerebbe prendergli le impronte digitali, ok, ma non credi che fra le migliaia di migranti (pochi di fede cristiana e quindi non sospettabili di azioni cruente come accoltellamento di ebrei e uccisione di occidentali a caso e molti di fede musulmana) passino o possano passare anche alcuni tagliagole assoldati dallo Stato Islamico e qualche mozzorecchi dell’islamismo politico? I fatti di cronaca e i servizi di intelligence lo dimostrano ampiamente…

Si certo, ma allo stesso modo è stato anche dimostrato che alcuni tra gli attentatori erano nati o cresciuti in paesi europei, e questo tra l’altro ci dice molto sulle nostre città e su come ancora non siamo riusciti a creare un modello di convivenza efficace. Credo sia pericoloso, nonché inutile, credere che la minaccia del mostro arrivi da fuori, dallo straniero. Va a toccare una delle paure umane più radicate, quella dell’ignoto, ed è sicuramente efficace come strategia demagogica di alcune correnti politiche, ma di certo non protegge nessuno. Sarebbe invece più utile interrogarsi sul perché nascano o possano svilupparsi certe correnti di pensiero come quello islamico estremista e forse anche noi, come occidentali, praticare un po’ di sana autocritica circa le operazioni condotte in questi territori. Detto questo, la questione delle impronte digitali non nasce dal desiderio di tutelarsi, come molti credono, ma dalla Convenzione di Dublino che prevede che il richiedente asilo possa presentare domanda solo nel paese europeo in cui viene registrato per la prima volta. Essere registrati in Italia significa quindi dover obbligatoriamente presentare la propria domanda d’asilo qui. Questo iter burocratico non nasce come forma di tutela ma di gestione del flusso migratorio. Credo sarebbe più interessante chiedersi perché, pur vivendo in un paese tutto sommato molto più sicuro di tanti altri, sentiamo di doverci continuamente difendere e da dove arrivi questa credenza che schedare chiunque metta piede sul suolo europeo possa garantirci quella sicurezza che tanto aneliamo. Come se bastasse burocratizzare il Male per annientarlo.

Ma molti richiedenti asilo, alla fine, vengono allontanati. Bisogna infatti distinguere fra migranti economici e migranti politici: l’Australia, per esempio, ha firmato relazioni con i Paesi di provenienza dei migranti e proprio per questa politica accorta non si trova nel caos come l’Italia. Altra cosa, dici che l’occidente dovrebbe fare un po’ di autocritica: quindi come al solito è tutta colpa degli americani? La libertà dell’Occidente (la libertà, ad esempio, che tu donna non sia costretta a sposarti a 15 anni, a indossare un velo integrale, a farti accompagnare da un uomo ovunque ti sposti, senza parlare del non diritto di voto e di altre libertà come guidare un’automobile), la libertà dell’Occidente, dicevo, è quindi la causa dell’odio dell’islamismo politico?

Il problema è un sistema che al momento rende quasi impossibile a chi proviene da determinati paesi di poter presentare una domanda per poter rimanere e lavorare in Italia se non come richiedente asilo. Non ci sono alternative percorribili perché per richiedere un permesso di soggiorno (e quindi poter lavorare) bisogna già essere sul territorio italiano. Ma per essere sul territorio italiano bisogna che in Italia sia possibile entrarvi. E qui c’è l’inghippo perché questo, almeno legalmente, non è possibile se non presentando domanda d’asilo. E’ un sistema che non funziona ed è miope perché non permette a coloro che vorrebbero lavorare (ergo, pagare tasse) di farlo e quindi rieccoci punto a capo. Migrante economico pare essere divenuta una parolaccia. Perché? Sembra che ormai coincida con mendicante o parassita ma non è cosi…Non lo sono forse stata io stessa e con me tantissimi altri giovani italiani quando per anni ho vissuto e lavorato all’estero perché in Italia non avevo trovato le opportunità che cercavo? In un mondo “globalizzato” che senso ha parlare di migrante economico? Non lo siano forse tutti? E in base a cosa alcuni sono cittadini globali e altri migranti economici? L’Australia ha stretto accordi internazionali per tenere chi non è portatore di valore economico fuori dai suoi confini. Le accuse internazionali delle sistematiche violazioni dei diritti umani che avvengono a largo delle sue coste su isole carceri come quella di Nauru sono numerose e provate. Non lo considererei un modello auspicabile. Tanto più che l’Italia fa benissimo da sola stringendo accordi con la Turchia di Erdogan oggi e la Libia di Gheddaffi ieri, che certo non spiccano per essere esempi in campo di diritti umani.

Quindi no, non parlo di America. Parlo proprio di noi, che stringiamo accordi con paesi come l’Arabia Saudita, che per quanto riguarda i diritti delle donne praticamente potrebbe barrare quasi tutte le caselle da te nominate,

eppure in quel caso non si grida allo scandalo e i motivi (armi e petrolio) sono noti. L’interruttore della moralità si accende e spegne convenientemente a piacimento. Su quali principi si basa un paese che da una parte predica la libertà delle donne e dall’altra stringe accordi con chi li nega?

Anch’io sono favorevole all’apertura totale delle frontiere, ma sono anche favorevole alla legalizzazione di ogni tipo di droga e alla legalizzazione della prostituzione e dal momento che questo è un mondo cattivo e questi son tempi bui (buissimi), credo anche si debba prendere atto del principio di realtà e coordinare la propria visione del mondo con essa: secondo te l’Arte in che modo può incidere sulla realtà?

Lo status di rifugiato  e il diritto a richiederlo sono condizioni stabilite dalla Convenzione di Ginevra del 1951, nata per tutelare coloro che scappano da paesi che per diversi motivi (politici, economici, sociali) pongono in serio rischio la loro vita e libertà. Non si tratta quindi di uno scontro di opinioni, come può essere nel caso  della liberalizzazione di droghe  o della legalizzazione della prostituzione, ma dell’applicazione di una normativa già esistente. Quando io o te decidiamo di andare negli Stati Uniti o in altri paesi richiediamo una Visa che ci viene concessa o meno dopo i controlli del caso. Questo meccanismo si potrebbe declinare nella costituzione di corridoi umanitari che permettano alle persone in fuga di richiedere lo status di rifugiato già nei paesi di origine, senza dover affrontare un viaggio che non fa che alimentare traffici illegali oltre che a provocare migliaia di morti evitabili. Questo sistema si tradurrebbe anche in un notevole risparmio per lo Stato, che dispiega apparati militari e ingenti fondi pubblici per gestire la situazione. Un tentativo simile è stato recentemente portato a termine con successo.

Pochi giorni fa infatti a Fiumicino centotrenta siriani sono sbarcati da un volo di linea e non da un barcone, grazie al corridoio umanitario creato da Sant’Egidio e dalle Chiese protestanti italiane in accordo con il nostro governo. Viene quindi da chiedersi perché queste misure non vengano adottate a livello Europeo. I

Il muro installato a Lampedusa parla proprio di questo, dei meccanismi che muovono la macchina dell’emergenza e quali interessi li governino realmente.  Da cosa siano causate tragedie come quelle del 3 ottobre…Si tratta davvero di una “lotta tra l’uomo e il mare”, come ha recentemente dichiarato la Boldrini? Tutto fa pensare che si tratti di ben altre guerre, governate da interessi che di umanitario hanno ben poco. L’arte è sempre essenzialmente politica e credo possa riuscire ad aprire squarci su mondi nascosti. Dare voce a una versione alternativa da quella ufficiale o mainstream è una delle libertà che credo debbano essere difese sempre, con qualunque mezzo. Credo che l’arte, con il proprio linguaggio, possa contribuire in questo senso a incidere sulla realtà semplicemente fornendone una visione che nasce da un punto di vista differente e, spesso, controcorrente.

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