BIENNALE DI VENEZIA 2017

0 Posted by - May 18, 2017 - Approfondimenti
Neoumanesimo o Feticismo dell’altro?

 

Viva Arte Viva è una biennale con gli artisti, degli artisti e per gli artisti

dichiara la curatrice, Christine Macel, dal 2000 curatore capo del Centre Pompidou e responsabile del Dipartimento “Création contemporaine et prospective”. Con questa formula la sua Biennale vuole quindi trovare una risposta al ruolo dell’arte oggi: sono rilevanti l’arte e l’artista in un periodo di così tanta instabilità ed ineguaglianza?

Sospesa tra ottimismo e consapevolezza, la Biennale di Macel vuole evitare ogni scelta per favorire l’accesso alla comprensione delle pratiche artistiche come una risposta di per sé alle crisi che viviamo oggi. Sembra un’ ovvia reazione alla politicizzazione della scorsa Biennale marxista di Okwui Enwezor: la curatrice francese vuole dichiarare a pieni polmoni che l’arte non è né politica, né economia, ma espressione, passione, semplicemente “arte”. Siamo sicuri però che in questa realtà di tensioni e populismi, la mancanza di una scelta politica non sia una scelta a sua volta?

Se è vero che la divisione in nove capitoli con titoli evocativi permette a tutti di trovare qualche spunto di riflessione, a mio parere è debole però la connessione proprio con il contemporaneo. Sia all’Arsenale che ai Giardini vengono proposti tanti artisti degli anni ’60-’70 come Juan Downey, Maria Lai, David Medalla, Nicolás García Uriburu.

L’ampiezza delle tematiche e la volontà, esplicitata nella introduzione alla biennale di Macel, di voler abbracciare con la vaghezza la “complessità del mondo”, mi ha dato l’impressione di navigare in un territorio troppo vasto per permettere una comprensione diversa e consapevole, passeggiando come turista nei territori artistici proposti.

Senz’altro nobile e condivisibile è l’intento di voler trovare nell’arte l’antidoto all’indifferenza attraverso l’arcano, l’ignoto.

Forse però le risposte che più cerchiamo oggi sono meno inerenti al “neoumanesimo”, come lo chiama Macel, ma più legate a concetti e discorsi che hanno nutrito la xenofobia ed il populismo di oggi, come quelli di “periferia” e “centro”, “noi” e “l’altro” e le stesse idee di “cultura”, come nocciolo puro e immutabile di tradizioni, e i suoi derivati come “multiculturalismo”.

Questo invece sembra proprio l’argomento prevalente in molti padiglioni ai Giardini e Arsenale. Il tema nazionale logicamene non è nuovo, ma a Venezia oggi sembra ritornare il dibattito post-coloniale sull’identità e la cittadinanza alla luce di tensioni e problematiche contemporanee.

Un esempio è Cinema Olanda di Wendelien Van Oldenborgh, curato da Lucy Cotter, che esplora le immagini che l’Olanda ha di se stessa oggi. Partendo da riflessioni come quelle di Gayatri Chakravorty Spivak, per cui il farsi di una nazione è sempre in divenire, la curatrice evidenzia il paradosso dell’impossibilità di rappresentare la propria nazione proprio perché in cambiamento: “Proprio perché la sua rappresentazione è problematica non si può ignorare, bisogna continuare a lavoraci sopra”.

Anche il Padiglione Spagnolo con Jordi Colomer parla di cittadinanza, mettendo in dubbio la radice stessa dell’appartenenza a un territorio, decantando il nomadismo di persone, concetti e architetture.
Video, installazioni, gradinate moltiplicano lo spazio del padiglione in una coralità di movimenti, luoghi e azioni. Come in un mondo di specchi, le architetture urbane, le attrici e gli spettatori vengono vorticosamente mescolati nei loro ruoli. Il curatore Manuel Segade parla di “teatro della realtà”, dove la parte dello spettatore è ricoperta dal “mondo”, permettendo di immaginare forme culturali alternative e una nuova coscienza di cittadinanza ancora da venire.

Gli USA di Mark Bradford danno forma estetica all’emarginazione, ma questa, per quanto spettacolare, non basta per attuare una riflessione o analisi su di essa. I padiglioni Sud Africano e Australiano usano l’emblema dell’immagine di successo occidentale: le star di Hollywood. Mettendo a confronto questi due padiglioni però, mi sembra che l’ultimo, pur nella sua suggestione, non riesca ad uscire dalla retorica di contrapposizione coloniale razzista che vede da un lato l’uomo bianco e dall’altro un generico “altro”: l’immigrato, come nelle migliori rappresentazioni di conquista, è senza volto, è una massa indistinta mentre l’uomo bianco è rappresentato dalle star di Hollywood.

Al contrario il Padiglione Sud Africano mette a punto un immaginario capace di rovesciare stereotipi sul quello che Giorgio Agamben chiamerebbe l’homo sacer.

Mentre con l’opera video Love Story Candice Breitz chiede quali siano le condizioni che permettono l’empatia, Mohau Modisakeng, con l’opera Passage, medita sulla identità africana forgiata dalla schiavitù e sulla negazione della sua narrazione a livello di storie individuali: “cosa è visibile nel quotidiano che sfugge alla rappresentazione a livello politico e culturale?”

L’arte non ha cambiato il mondo, dice Macel, ma rimane il luogo in cui poterlo reinventare

Il mondo, sicuramente, non si cambia con una Biennale, ma l’arte come esercizio d’immaginazione di per sé sembra al giorno d’oggi troppo poco.

Con l’arte ci si augura per lo meno di favorire il cambiamento di forme culturali e di pensiero radicate nell’ineguaglianza

In questo senso mi sento di celebrare l’arte, quindi, sí, Viva Arte Viva!
 
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