CARLO SALA | FORSE SARA’ DI NUOVO | CONVERSAZIONE CON PAOLO CIREGIA

0 Posted by - January 23, 2018 - Curators, Interviste

Paolo Ciregia, ‘Senza Titolo’ (dalla serie ‘Ideological Loop’), 2016

Le opere recenti di Paolo Ciregia portano a riflettere su alcuni temi della storia contemporanea come la propaganda, l’ideologia, le dittature e la libertà di pensiero. Il titolo della sua recente mostra alla Galleria l’Elefante di Treviso, Forse sarà di nuovo, fa però comprendere come l’artista con il suo lavoro non voglia presentare un racconto ancorato al passato, ma, al contrario, utilizzare alcuni nodi fondamentali del Secolo breve come lente per comprendere il presente e porre un monito: la storia può ripetersi.

Carlo Sala: Vorrei partire parlando della tua esperienza di fotoreporter sul campo e di come ti sei allontanato dai canoni di quella specifica grammatica fotografica realizzando la serie Perestrojka, di cui l’opera Glasnost fa parte.

Paolo Ciregia: Il mio percorso nella fotografia inizia intorno ai vent’anni. L’immagine fotografica con il tempo è diventata una questione etica che mi ha spinto a voler entrare con molta decisione nel mondo del fotogiornalismo. Paradossalmente, nel momento in cui ci sono riuscito, ho capito che quello che cercavo da sempre era altro. Negli ultimi tempi, quando riprendo in mano quelle fotografie, capisco che in realtà il mio desiderio non è mai stato quello di raccontare le cose  in una maniera distaccata e oggettiva. Quando ho scoperto l’arte contemporanea ho capito che era lo strumento più adatto per restituire la complessità di ciò che volevo dire. La fotografia è un linguaggio che può essere piegato a messaggi anche molto differenti da quello originale, specie in un mondo come quello dell’editoria dove gli autori sono messi in una condizione di sudditanza. Ho iniziato questo percorso rimaneggiando le fotografie della guerra in Ucraina, intervenendo materialmente sulle immagini, in modo che l’esperienza personale di quel trauma potesse incontrare i fatti che avevo visto. Prima ho rimosso le sagome dei cadaveri dalle foto, come in Glasnost, sia per allontanare da me la percezione della morte, sia per rendere quelle vicende il più universali possibile, costringendo lo spettatore a colmare lo spazio bianco dell’immagine. Ho costruito la serie Perestrojka intervenendo sulle foto con tagli, abrasioni e graffi, fino a forzare il limite della bidimensionalità della fotografia creando opere sempre più installative e ambientali, perché quello che mi interessa è realizzare un’esperienza avvolgente e disturbante nello spettatore, che non sia semplicemente contemplativa.

Uno dei tuo lavori più compiuti è l’installazione From A to Z del 2017 pensata per il FOAM Talent, parlami di quest’opera.

Questa installazione è stata realizzata appositamente per le mostre a New York e Londra del FOAM Talent, a cui avevo applicato con un’altra serie, Exeresi. Ma la curatrice del FOAM Mirjam Kooiman ha assecondato la mia esigenza di lavorare con l’installazione accordandomi una grande fiducia nel realizzare un’opera inedita. Così è nata From A to Z, dal complesso significato simbolico, che riassume alcuni concetti già presenti nei lavori precedenti. Nella mia pratica utilizzo spesso vecchi oggetti di uso quotidiano e domestico (in cui anche la provenienza non è mai casuale) che una volta accostati tra loro vanno a costituire un codice di significati che lo spettatore è chiamato a interpretare. In quest’opera, su un vecchio tappeto fatto a mano, un megafono è montato su una sedia in legno mentre sulla spalliera un pappagallino impagliato ci dà le spalle, fissando una grande immagine in cui due giovani uomini congiungono le loro braccia in un saluto romano. La fotografia poggia su una gabbietta in legno, aperta, mentre nella parte retrostante troviamo uno scaffale con dalle mensole affollate di elmetti da guerra di diverse epoche e provenienze. Alla parete laterale una carta da parati riproduce un cielo rosso, o forse un’esplosione. Il megafono sulla sedia è metafora della propaganda che si nutre di populismo e che vede, soprattutto nei momenti di forte crisi, il ritorno di ideologie del passato in un mix di vecchio e nuovo: così il pappagallo fuori dalla gabbia è l’individuo contemporaneo che si crede libero, ma che è ugualmente ipnotizzato da un mantra ideologico che si presenta sotto le false spoglie della novità (gli -ismi rinnovati dal neo-), rappresentato dal duplice saluto romano che crea un nuovo gesto di appartenenza. Il tappeto è un elemento che utilizzo spesso, sia come rimando alla dimensione domestica, sia perché il suo intricato disegno diventa metafora della perfezione della struttura dei sistemi totalitari. L’incidenza tra pubblico e privato, storia personale e collettiva, è fondamentale nel mio lavoro, sopratutto in un momento come il nostro in cui il confine tra questi due sembra perdersi definitivamente. Con lo scaffale affollato di caschi militari volevo invece evocare una dimensione di presenza-assenza, creando un momento temporale in bilico tra ciò che è accaduto e ciò che potrebbe ancora accadere, una sensazione angosciante di attesa e sospensione come quella che precede una disgrazia incombente.

Paolo Ciregia, ‘From A to Z’ (dalla serie ‘Ideological loop’), 2017

Penso che i fatti storici da cui prendi spunto in molti casi siano un pretesto per raccontare dei meccanismi comuni a tutti sistemi totalitari del Novecento.

Quello del Novecento è un passato ingombrante che evidentemente non abbiamo ancora compreso e digerito, e la mia visione della Storia è purtroppo ciclica. Senza dubbio sono stato molto condizionato dalla mia esperienza in guerra e dall’aver assistito all’ennesimo fallimento di una rivoluzione, come quella ucraina, che in breve tempo da rivolta popolare si è trasformata in sistema in cui l’insicurezza e la paura della maggioranza nutre il potere di una minoranza che ne assume il controllo: è quello che accade in ogni sistema politico, totalitario o democratico che sia.

Vorrei che mi parlassi della tua serie Exeresi e del lavoro che operi nei confronti di queste immagini trovate.

Il termine exeresi serve per indicare l’operazione chirurgica di asportazione da un tessuto sano di una parte cancerogena, e dà il nome a questa serie in cui agisco su immagini prelevate da varie riviste propagandistiche, naziste, comuniste e fasciste; questa iconografia prodotta della propaganda bellica permetteva ai vari regimi di legittimare i sacrifici umani e alimentare il sentimento di adesione dei loro popoli. Attraverso il mio intervento di rielaborazione dell’immagine ne stravolgo il messaggio: particolari inquietanti, una volta isolati e ingranditi, rivelano la loro autentica natura, o immagini d’epoca si ripresentano disturbate da interferenze e rumori digitali come per evocare la curva di un presente che si ripiega nel passato, nella denuncia dell’incombenza, ancora oggi, del controllo dei media sulle nostre vite.

Che rapporto vuoi creare tra la storia del secolo Breve e il presente? Le tue opere pongono degli ammonimenti?

Credo che nei miei lavori sia sempre presente una forma implicita di ammonimento. Il fatto stesso di basare la mia opera su temi ricorrenti come il conflitto e il controllo propagandistico denota la volontà di convogliare l’attenzione dello spettatore, sempre più disturbato dal rumore della comunicazione mediatica, verso certi temi.

Paolo Ciregia, ‘12 agosto 1944′, 2017

Uno dei lavori inediti della mostra di Treviso è 12 agosto 1944 dove viene evocato l’eccidio di Sant’Anna di Stazzema. Cosa ti ha colpito di questa vicenda?

Sicuramente il fatto che sia accaduto molto vicino al mio luogo di origine è un motivo di coinvolgimento. Dopo diversi anni tra Ucraina e Italia sono tornato a vivere in Toscana, in Provincia di Massa Carrara, dove durante la Seconda Guerra Mondiale sorgeva la linea Gotica. Parlare di questa vicenda è stato anche un modo per creare una connessione tra le vicende che avevo vissuto nella guerra tra Russia e Ucraina, e quella che ha colpito la storia d’Italia. Sant’Anna oggi è un posto silenzioso che si anima solo in occasione del triste pellegrinaggio dei turisti. E’ necessario uno sforzo mentale per immaginare quel luogo, oggi così immobile, come doveva essere un tempo, vissuto da una comunità di persone che da un giorno all’altro sono state spazzate via. Il lavoro 12 agosto 1944 è il tentativo di fissare l’essenza di un luogo e delle persone che lo abitavano in una materia fisica, e l’ho realizzato recuperando dell’acqua attraverso l’azione di un deumidificatore installato nella chiesa luogo del massacro, chiudendola poi in una bolla di cristallo. Quest’opera è come una sorta di reliquiario, che si allontana dall’idea di monumento o mausoleo ma recupera una dimensione più autenticamente intima.

Uno dei lavori in mostra è composto da una lampadina che si accende e spegne trasmettendo un motto latino. Perché hai scelto di farlo attraverso il codice morse che a molti appare inaccessibile?

Il codice morse è un linguaggio utilizzato sopratutto in ambito di comunicazione militare, conosciuto da poche persone, o che comunque necessita di una codifica per essere decifrato. La luce rossa intermittente rimanda immediatamente a circostanze di pericolo, innescando così una reazione di allontanamento da parte dello spettatore. Nella non comprensione del messaggio e nella dimensione emotiva che l’accompagna, quest’opera condanna l’uomo contemporaneo a rimanere all’oscuro del suo messaggio “La storia è maestra di vita” (frase tratta da un’opera di Cicerone), e quindi alla ripetizione dei suoi stessi errori. Diciamo che la prospettiva contenuta di quest’opera è decisamente pessimistica.

Paolo Ciregia (Viareggio, 1987), inizia il suo percorso artistico dopo un’esperienza di alcuni anni in Ucraina, che culmina nella documentazione del conflitto con la Russia nel 2014. Da quel momento focalizza la propria ricerca sui temi della storia, della propaganda politica ad uso dei media e della rappresentazione del potere. Indagandone i paradigmi e destrutturandone il linguaggio, Ciregia enfatizza l’eloquenza degli oggetti che impiega per creare installazioni multimediali dalla forte carica simbolica. Nel suo lavoro i momenti della Grande Storia rivivono attraverso epifanie di vite individuali, dando vita ad una dimensione temporale interrotta e introspettiva. Tra i maggiori riconoscimenti è vincitore del Foam Talent di Amsterdam nel 2016, selezionato per la Biennale Jeune Création Européenne JCE a Montrouge nel 2016, vincitore di Giovane Fotografia Italiana nel Festival Fotografia Europea a Reggio Emilia nel 2016, menzione d’onore per l’Arte emergente del Premio Francesco Fabbri nel 2016, finalista di TU35 del Museo Pecci di Prato nel 2016. Le sue opere sono state esposte in mostre personali e collettive in Italia e all’estero, tra cui New York, Londra, Parigi, Galles, Roma, Milano, Torino, Zagabria, Amsterdam. Vive e lavora in Toscana.

INFO:

PAOLO CIREGIA
Forse sarà di nuovo // Das Kann wieder passieren // Может будет вновь
L’Elefante Arte Contemporanea
Via Roggia 52 – Treviso

Dal 18 novembre al 20 gennaio 2018
orari: dal martedì al sabato, dalle 15.00 alle 19.30, oppure su appuntamento.
www.galleriaelefante.com; galleria.elefante@libero.it; cell: 348.9036567

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