SEBASTIANO BENEGIAMO

0 Posted by - July 29, 2013 - Kritika segnala

Per ragioni che vi saranno note in seguito, non mi è difficile parlare di Sebastiano Benegiamo (è nato nel 1982 a Fiesole e ogni tanto sta a Milano). Dal momento che non state leggendo né un racconto né un romanzo e che la destinazione di queste sudate carte è localizzata nel piccolo mondo antico dell’arte contemporanea, è del tutto inutile che vi dica che Sebastiano Benegiamo è un artista, nella fattispecie un pittore. Ora non so se lui gradisca esser definito tale: alcuni artisti si schermiscono di fronte a una definizione così impegnativa, vuoi per falsa modestia e consapevolezza della propria eccellenza («Io non sono un artista, sono un pittore!»), vuoi per malcelata umiltà («Le cose che faccio sono opere d’arte? Mah! »), vuoi perché in generale l’abuso della parola “artista” l’ha ormai consegnata a una fortissima precarietà semantica (chi è che scrisse L’arte della guerra?). Comunque,  Sebastiano Benegiamo realizza quadri dalla forte potenza evocativa: quadrucci pulitini? Col cazzo! Per quanto possa capitare che siano straordinari, non mi riferisco a oceani in tempesta, corpi trasfigurati, paesaggi sofisticati e monocromi-vedo-non-vedo, né a una pittura intellettuale, letteraria, romantica, narrativa o debitrice dell’Art Brut (chiamo in causa l’Art Brut perché di solito quando ti trovi di fronte a quattro carte appesa alla cazzo con soggetti che sembrano dipinti da un infante come se fossimo in un loft di New York negli anni Ottanta, la sfanghi citando Dubuffet e tenendo la mano sotto il mento pensoso).

Il soggetto prediletto di Sebastiano Benegiamo è il ritratto. Il ritratto definito attraverso forme. Forme affinché l’ineffabile venga detto. Perché? Da artista lui risponderebbe: perché si crea. Dette forme sono segni e l’unica cosa che veramente conta in un suo quadro è appunto il segno, o per meglio dire il lascito del segno. Preferirei però parlare di lascivia anziché di lascito: nulla di pruriginoso, ‘chè i soggetti di Sebastiano Benegiamo non fanno i paraculi né hanno l’aspirazione ad esserlo, ma certamente sono caratterizzati da una pregnanza visuale scabra che oppone una forte resistenza all’estasi estetica di te che guardi, preferendo piuttosto sbatterti in faccia tutta la loro polverosa bellezza. E’ la bellezza del disturbato, del distorto e dello sporco.  Che presi in sé contano nulla, ma incanalati in un universo di discorso estetico si votano con ciò stesso a una trasmutazione semantica che li rende il terminem ad quem del lavoro d’arte. In fin del conto Arthur Danto ce l’ha insegnato, è il significato a fare l’opera d’arte.
 

Creare una forma per cui l’indicibile venga detto
Ma perchè?
Perchè si crea

Quando vidi per la prima volta un bocconcino della produzione artistica di Sebastiano Benegiamo stavo passeggiando fra gli stand di una fiera d’arte a Milano. I suoi quadri e le sue carte erano lì, appoggiati a terra o infilati in uno scaffale come i CD di un negozio di dischi (e chi se li compra più i CD!), con la differenza che lo spazio espositivo era lo stand di una galleria. Spulciai in mezzo al campionario come quando da ragazzino (ma neanche tanto tempo fa!) cercavo fra i CD nel negozio di dischi preferito, ma fu la visione di un quadruccio appoggiato alla parete a far partire il colpo di fulmine: era un ritratto appena percepibile, realizzato con segno primitivo, scarno, nervoso e grattato via, di modo che del soggetto fosse visibile la sagoma, la forma appunto, piuttosto che la figura. Il fondo era oscuro e privo di fronzoli, ma stava dalla parte opposta del minimalismo scicchissimo: in effetti quando dici “minimalista” pensi alla sofisticatezza di superfici limpide dall’aria distinta, ma in questo caso il referente visuale era la lordura del buio, l’annullamento dello sfondo attraverso lo sporco della materia segnica, il film pittorico graffiato via fino a lasciare il grado zero della percezione.

Il risultato era una figurazione scabra, cretina  come un artista (Duchamp disse già tutto, il resto è una serie di glosse al suo pensiero) e arguta come un alienato, vagolante in un lago di nebbia grumosa e racchiusa entro una cornice povera trovata dallo sfasciacarrozze, ma tutt’altro che vogliosa di strizzare l’occhiolino al poveraccismo ecologista degli oggetti trovati e dell’arte fatta con materiale di riciclo: io penso infatti ai quadri di Sebastiano Benegiamo come alla forza tranquilla di un dramma gentile, penso a Sebastiano Benegiamo come al bravo scrittore che non vuole gli si rompano i coglioni, operativo in quella solitudine fortemente voluta che titilla l’attenzione del mondo esterno.

Perché io credo che il lavoro d’arte di Sebastiano Benegiamo sia potente ed eccellente, difficilissimo da vedere (Saper vedere, così aveva titolato il critico controcorrente Matteo Marangoni il suo saggio di critica d’arte di cinquant’anni fa), perché in apparenza noi vediamo solo linee e segni e figure sgrammaticate buttate dentro cornici sgarrupate, ma sotto e oltre c’è molto di più: c’è l’Übermensch de noartri, l’oltreuomo (attenzione! Non: il superuomo, ma l’oltreuomo), solo che qui Nietzsche non c’entra nulla, siamo dei provinciali del cazzo e in fin del conto col lavoro d’arte di Benegiamo parliamo non del concetto ma della persona individuata e singola e concreta, catturata però in una dimensione oltre il quotidiano e altra rispetto alla operosa familiarità di ogni giorno: in qualche maniera evocata, tributata.

Ed è un tributo che noi vediamo attraverso gli occhi di Benegiamo, il quale non ci racconta nessuna storia, ma lavora l’arte come materiale simbolico, come quando in un film d’autore, sullo fondo di un dialogo, il regista ci fa vedere una macchia di ruggine: perché quella macchia di ruggine sta lì per il tutto, rispetto al quale i due personaggi che parlano, che pure costituiscono l’ “esserci” della messa in scena, non c’entrano una mazza. Così è per questi quadri scabri e rugginosi: ciò che noi vediamo va al di là del soggetto, perché Sebastiano Benegiamo ci fa vedere solo quello che vuole lui.
 

2 Comments

  • Alzek Misheff August 11, 2013 - 10:54 am Reply

    Scritto bene. Dipinto bene. Sta dentro nella diffusissima pratica del non volto . E della non- rappresentazione di quel volto unico . Assomigliante.

  • Alzek Misheff August 11, 2013 - 11:25 am Reply

    A proposito di non volto si potrebbe consultare anche:
    http://www.ilgiornale.it/news/cultura/pittura-italiana-ha-perso-faccia-942171.html

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