SULL’UTILITÀ DELL’ARTE

0 Posted by - March 31, 2012 - Approfondimenti

Kritika onpaper # 4 – kunstArt12, Bozen, 16-18 | 03 | 2012

Ha senso chiedersi: sono legittimato a dipingere? Oppure: che cosa posso dipingere? Domande correlate all’argomento sull’utilità dell’arte. Dovrebbe essere chiaro: si può fare qualunque cosa, dipingere qualsiasi cosa, nessuna forma di legittimazione è necessaria.

Quando l’alternativa tra posso  e che cosa posso diventa però essa stessa parte dell’intelligenza dell’opera, sorgono dubbi giustificati. A che cosa serve questo interrogarsi sulla libertà? Una palestra per la critica d’arte, simile a quelle figure nelle sale da ginnastica che corrono ma non vanno da nessuna parte?

Molte epoche storiche sembrano trascorse dal giorno in cui siamo stati informati del fatto che al poeta non era più consentito scrivere versi dopo Auschwitz, dopo l’irruzione nel mondo di una brutalità senza precedenti che aveva mandato in frantumi nell’uomo ogni forma di umanità. Tranne l’estetica.

L’estetica è neutrale senza etica, l’etica è muta senza politica. Si ridia alla prassi il primato che le è dovuto, una prassi socialmente orientata le cui muse ispiratrici siano l’etica e l’estetica. Sono stati fatti tentativi in questa direzione. Non basta, non è bastato.

Economia e Politica vanno a braccetto su una cosa: fare, ma è fare solo per sé. L’inazione è interdetta, rigorosamente proibita, pena l’emarginazione sine tempore dal consesso sociale, dunque a costo della vita. Essa non serve né all’economia né alla politica. Inammissibile sarebbe esattamente questo: non fare nulla, negarsi all’azione. Oppure, subdolamente, produrre qualcosa che rappresenti la coercizione verso il fare e la riproduzione di un non-fare?

Il divieto imposto al poeta era da intendersi su un registro più ampio, come un invito a cessare ogni forma di attività tranne la riflessione, quella sul fare e sulle sue conseguenze.

Le arti contemporanee hanno preso alla lettera il nuovo impegno imposto da una società sguaiatamente manchevole: parlare di tutto, prendere posizione su tutto, fuorché della sola cosa rilevante: perché, invece, non tacere?

Non molto tempo fa, incontrai un giovane. Domandai di che cosa si occupasse. “Sono poeta”, rispose. “Un poeta!”, urlai tra i tavoli del ristorante all’aperto. La sua presenza mi rendeva euforico: finalmente qualcuno che giocava con le parole, come il pittore coi colori, non un artista, imbonitore per immagini.

Non è raro sentir dire – sono ciarlieri gli artisti – che il senso riposto nell’opera sia di attirare l’attenzione su un problema planetario, per esempio l’inquinamento. A un poeta non verrebbe in mente. Un poeta non potrebbe essere grossolano quanto una star delle arti visive.

Che cos’è grossolano? Provo a stilare una lista di soggetti a rischio: la morte, il tempo, il potere, il sacro, il profano, la libertà, il corpo, la sessualità, qualsiasi argomento ad hoc pescato tra i fatti del giorno, specie se infausti e scioccanti; in altre parole, il sangue e il sudore, la polvere e la cenere con cui sono impastati da sempre, senza essere nominati, o accennati appena, le opere di vera cultura sono diventati materiali grossolani con cui imbastire abiti dozzinali per occasioni mondane cui sarebbe volgare anche solo il partecipare.

Che cos’è volgare? È volgare essere oculati, avere la battuta pronta, mettere il dito sulla piaga, applicarsi a rappresentare la coscienza del mondo, comunicare, essere in due, scandalizzare, vantare antenati, fare dell’ironia, partecipare. Potrei continuare? La risposta è sì.

Non è volgare non essere oculati, non avere la battuta pronta, non mettere il dito sulla piaga, non applicarsi a rappresentare la coscienza del mondo, non comunicare, non essere in due, non suscitare scandalo, non vantare antenati né alcun retaggio, non fare dell’ironia, non partecipare. Quasi un’auto-evidenza.

Non mi illudo, fino al poeta giunge il canto delle sirene. Saprà resistere? Terrà fermo che l’arte potrebbe non avere alcuna utilità, non essendo nemmeno un invito alla riflessione? Continuerà a fare ciò che non assomiglia a nessun altro tipo di fare, più simile a un non fare che a un fare vero e proprio? Qualcosa che riguarda lui soltanto e quelli come lui, pochi o molti, non un gioco di società?

Un filosofo lo aveva previsto con largo anticipo, il destino della terra sarà nelle mani dell’uomo, la sopravvivenza del pianeta dipenderà da quello che farà e soprattutto da quello che non farà l’uomo. Che cosa l’arte abbia da dire al riguardo non ha particolare importanza. Ben più importante mi sembra il diritto del poeta di creare e imporre silenzio.

Aldo Runfola nasce a Palermo nel 1950. È un artista e vive a Berlino. Ha studiato filosofia all’Università Statale di Milano e si definisce un umanista in prestito alle arti visive. Lavora con media diversi, video, fotografia, testi, ricami, esposti in varie personali e collettive a partire dal 1984. Affascinato e in eguale misura sospettoso tanto delle parole che delle immagini, ha girato un video dove avanza l’ipotesi che l’arte sia una costruzione teoretica.  Gli piace leggere, scrivere e sciare quando nevica.

No comments

Leave a reply