TRA ESSERE E NULLA – Stefano Mazzoni intervista Justyna Górowska

0 Posted by - November 23, 2011 - Interviste

In FW JG, aggiungi la dimensione del movimento agli scatti della Woodoman. Si tratta di spostamenti spesso molto lenti, quasi impercettibili. Una differenza piccola, ma radicale: attraverso il movimento, i fantasmi autoritratti dalla Woodman si incarnano, diventano qualcosa di tangibile. Diventa possibile percepire la fatica della posa e un diverso senso del tempo. La forma si fa più inaccurata, emerge la possibilità dell’errore e dell’incertezza. Cosa sono per te il corpo e il corporeo?

Il tentativo di incarnarmi in Francesca Woodman e di andare oltre la cornice statica della macchina fotografica è in realtà una continuazione del pensiero dell’artista. In qualunque attività che viene registrata è difficile determinare la presenza dello spazio. Dove si trova il confine tra il primo piano e lo sfondo? Tra l’essere e il non essere? Partendo da questa domanda, il corpo si rivela qualcosa che non è mai uniforme e isolato, ma si caratterizza piuttosto come campo di continue trasformazioni. Si trova in una situazione di confine, si fa carne aperta, che sfugge alla corporeità, acquisendo al tempo stesso una dimensione quasi metafisica. Come ha scritto Gilles Deleuze: “Soltanto l’organismo muore, non la vita stessa”. Così, c’è un corpo che non muore, che è un’affermazione della vita e dei suoi processi di trasformazione in quella seguente.

Sempre in FW JG, il tuo corpo, che è sempre al centro dell’immagine, è spesso senza volto. Per questa ragione, i tuoi video sembrano ritratti intimi, privati, quasi segreti. Ma sono al tempo stesso corpi universali, che espongono la fragilita’ e precarieta’ di ogni essere umano, sul confine della domanda sul chi siamo. Come affronti nel tuo lavoro il rapporto tra l’intimità e l’ostentazione?

L’essenza di FW JG è quella di evitare la distinzione tra me stessa e ciò che è fuori di me. La serie di azioni che eseguo è una forma di espressione delle mie convinzioni, un tentativo di rimuovere i confini tra l’individuo e tutto ciò che gli è soltanto apparentemente esterno/estraneo. Voglio dare forma a un individuo che non ha paura di essere immerso nel mondo, che non teme di scomparire. Privo di ogni preoccupazione riguardante la possibile perdita della propria autonomia o della propria soggettività, che è in realtà in un continuo processo di riformulazione e trasformazione. Proprio come un animale o una pianta che sono parti integranti del loro ambiente.
Questo pensiero si riflette nella nostra comune esperienza, che è alla base dell’intero progetto. Non facciamo mai esperienza di un circuito integrato, interno e chiuso in se stesso, e di una realtà isolata esterna al soggetto. Andiamo oltre questa distinzione, considerando ciò che è a noi esterno attraverso la contemplazione, la riflessione, o bisogni strettamente legati alla nostra stessa sopravvivenza. Come se avessimo la capacità di assorbire differenti strutture, di sottoporci a qualsiasi cosa consentendoci una sorta di “compassione”. Non esitono entità integrali, del tutto autonome, fornite della consapevolezza assoluta di ciò che esse “sono” e di fino a quale misura lo sono. Si tratta piuttosto di un’esperienza attiva, in via di definizione. Una preziosa descrizione di questo fenomeno è stata espressa da Georg Bataille “… è come un uomo che si sta staccando dal suo bozzolo; ne è consapevole come fossero lacrime che si staccano da se stesso e non di star lottando con una resistenza che gli si oppone e lo separa dell’esterno”

Durante una performance l’artista può sentirsi solo in mezzo ad estranei, ma può anche diventare uno sciamano che trasforma l’evento in un rituale e il pubblico in una comunità. Ti senti da sola durante le tue performance? E quanto sei in grado di condurre il pubblico in una dimensione che hai precedentemente pianificato o immaginato?

Non mi sento mai sola durante una performance. La performance è una materia viva, che provoca altre menti. Se così non fosse, il pubblico non esisterebbe. Gli spettatori sono in fin dei conti dei collaboratori di una performance, che partecipano alla sua generazione di contenuto. L’attività all’interno di una performance trova un senso più forte, nella piena partecipazione a una realtà pluridimensionale.

Hai parlato delle tue performance enfatizzando il valore simbolico che ha il tuo corpo, inteso come corpo di ogni essere umano. La relazione tra l’uomo e il suo temo è piuttosto innaturale oggi. Morti e nascite avvengono in ospedali, lontano dai nostri occhi. I nostri bisogni sono sempre più soddisfatti attraverso strumenti artificiali. E anche il sesso non è estraneo a una dimensione industriale che ne veicola desideri e immaginario. Credi che l’arte possa redimere questa condizione, che le tue performance come artista possano portare gli spettatori a una nuova coscienza?

Molto spesso mi pongo queste domane e ancora non sono in grado di rispondervi. Nonostante tutto continuo a credere che sia ancora possibile, ma sono comunque molto pessimista in proposito, perché ho ancora l’impressione che l’arte contemporanea sia un evento di nicchia. Alla maggior parte delle mostre partecipano persone abituate alla cultura e alla sua rispettive disposizioni percettive. Per un pubblico più ampio, l’arte è incomprensibile. Manca ancora un pubblico aperto a nuovi significati di forma e pensiero, fatto di persone che mostrano un sincero interesse. In Polonia, questa generale percezione negativa dell’arte da parte del pubblico rende difficile anche la presentazione delle opere e, di riflesso, il loro raggiungere lo spettatore. E così si crea un circolo vizioso.

Nel tuo lavoro Mandragora, Human Root – a Permanent Performance c’e’ una predominante componente simbolica. Vorrei chiederti come hai sviluppato questo lavoro, che ha un immaginario complesso, presentando un intreccio di diversi elementi, tra letteratura, performance, alchimia, metafore e metamorfosi…. Quali sono stati i punti di partenza e come è cresciuto questo lavoro?

Quest’opera è dedicata all’umanizzazione della radice della Mandragora, al mio tentativo di diventare questa radice. Tutto ciò è possibile grazie al contributo delle produzioni culturali del passato, riguardanti le piante umane, e dei miei precedenti tentativi di identificazione, di trasformazione in un’altra materia (come in FW JG). Questo progetto è estremamente problematico, poiché ha uno sviluppo molto intimo, che principalmente prende luogo nella mia mente. L’opera stessa contiene le testimonianze delle pratiche e della documentazioni simboliche dei miei sforzi per far rivivere il mito della Mandragora umana. La descrizione del progetto nei termini di una Performance Permanente è fondamentale. Dalla sua prima presentazione in pubblico, questi processi di trasformazione, queste pratiche associate alla Mandragora stanno continuando a svilupparsi. Sono costantemente oggetto di cura e attenzione quotidiane, esistendo nella mia mente come radici umanizzate.

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